Chiudo gli occhi,
mi concentro sul momento presente,
libero la mente da preoccupazioni e pensieri,
esprimo interiormente il mio desiderio di stare alla presenza del Signore
Pietro gli disse: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo il vento, ebbe paura e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
L’immagine di Pietro che scende dalla barca è come il momento in cui, durante un’impresa, decidi di fare il primo passo fuori dalla tua “comodità”. C’è un invito, un “Vieni!”, un impegno a fare del proprio meglio, anche quando il terreno sotto i piedi sembra mancare.
La sfida non è una gara a chi è il più forte della squadriglia. È una risposta a una chiamata: la chiamata a crescere, a imparare una tecnica nuova, a servire il prossimo. Pietro non affonda perché l’acqua è bagnata, ma perché smette di guardare l’obiettivo (Gesù) e inizia a guardare il vento, cioè le sue paure e le difficoltà.
La vera sfida è non lasciarsi bloccare dal “vento” delle critiche o della pigrizia. Se accettiamo la sfida tenendo lo sguardo fisso sulla meta, scopriamo di saper fare cose che credevamo impossibili. Viviamo momenti di fatica, ma ci sentiamo come Pietro: la nostra forza non viene solo dai nostri muscoli, ma dalla certezza che non siamo soli lungo il sentiero.
La vittoria non è essere il primo della fila, ma avere il coraggio di scendere in campo e, se serve, saper chiedere una mano al compagno di strada.
Qual è la “sfida” (in squadriglia, a scuola, in famiglia) che oggi ti fa più paura? Riesci a vedere la sfida non come un esame, ma come un’avventura per diventare unɘ personɘ migliore? Puoi essere tu il “braccio teso” che aiuta un tuɘ compagnɘ di strada che sta facendo fatica?
Provo a visualizzare le scene che evocano questi righi. Come e quando ho sentito vicino questo passo. E lascio affiorare il mio sentire, senza censure, senza giudizi.
Se vuoi, puoi riprendere una delle domande fatte prima e trasformarla in un dialogo con Dio. Puoi usare parole, pensieri, silenzi. Puoi anche essere arrabbiato o stanco: va bene così. Non serve trovare le parole perfette, conta essere sinceri.
Se ti va, puoi condividere qualcosa con il gruppo: può essere una frase, un’immagine, una domanda. Non devi spiegare tutto o chiarire ogni dettaglio. Ascoltatevi senza commentare o correggere gli altri, perché ciò che conta è quello che ciascuno vive, non la risposta perfetta.
E se non ti va di parlare, va bene lo stesso: anche il silenzio è un modo per stare in dialogo.
Come un amico fa con un amico, parlo con il Signore su ciò che sto ricevendo da lui oggi…
Recito un “Padre nostro” per congedarmi e uscire dalla preghiera.

Questa carta può dire cose diverse a ciascuno. Se qualcosa ti ha colpito, lasciato una domanda o acceso un pensiero, puoi scriverlo in forma completamente anonima.
👉Clicca qui👈